Sinodo Diocesano

MOZIONE PER LA MODIFICA DEL PARAGRAFO 215
DELLO STRUMENTO DI LAVORO

“Le celebrazioni siano sobrie e raccolte: tocchino il cuore dei fedeli e li trasportino in Dio”.

Il termine “sobrio” nel suo significato figurativo vuol dire: Semplice, non ricercato: parco, frugale: essenziale.

Nella Sacrosanctum Concilium il termine “sobrietà” viene citato una sola volta e riferito al rito di consacrazione delle vergini. L’espressione “toccare il cuore” non viene mai riportata.

E’ essenziale invece ricordare ciò che il Concilio afferma nel paragrafo n. 2: “ La liturgia infatti, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione», contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa. […] Così a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi, finché ci sia un solo ovile e un solo pastore.

Alla luce di quanto scritto dai Padri Sinodali risulta altamente ambiguo e riduttivo parlare di sobrietà della liturgia la quale, come afferma la Sacra Scrittura, è la pregustazione della liturgia celeste. Il Santo Padre Benedetto XVI nei suoi scritti sulla Liturgia ci parla di “nobile semplicità, quella semplicità estrema che corrisponde alla semplicità del Dio infinito e rinvia ad essa. Liturgia semplice non significa misera o a buon mercato, c’è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica.

Lo stesso San Francesco d’Assisi nella prima lettera ai custodi afferma: “I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi”.

Le scholae cantorum guidino e aiutino il popolo nel canto.
Benedetto XVI nel “Rapporto sulla fede” afferma: “Si è messa da parte la grande musica della Chiesa in nome della “partecipazione attiva”: ma questa “partecipazione” non può forse significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi? Non c’è proprio nulla di “attivo” nell’ascoltare, nell’intuire, nel commuoversi? […] Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica “corrente” cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta. […] La chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano”.
L’Istruzione “Musicam sacram” della Sacra Congregazione dei Riti sulla Musica nella sacra liturgia al n. 16 stabilisce che la Partecipazione attiva di tutto il popolo, che si manifesta con il canto, si promuova con ogni cura seguendo questo ordine:

  1. Comprenda prima di tutto le acclamazioni, le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri e alle preghiere litaniche; e inoltre le antifone e i salmi, i versetti intercalari o ritornelli, gli inni e i cantici. (Questo spesso non è realizzabile anche a causa della scarsa preparazione musicale dei nostri sacerdoti e dei diaconi transeunti e permanenti che, a mio avviso, dovrebbero essere messi in condizione, secondo le proprie possibilità, di imparare almeno quelle parti proprie della liturgia in canto così come affermato dal Concilio al n. 115).
  2. Con una adatta catechesi e con esercitazioni pratiche si conduca gradatamente il popolo ad una sempre più ampia, anzi fino alla piena partecipazione a tutto ciò che gli spetta. (Spesso e non a caso nel documento si parla di “Ciò che gli spetta”, e non tutto!).
  3. Si potrà tuttavia affidare alla sola «schola» alcuni canti del popolo, specialmente se i fedeli non sono ancora sufficientemente istruiti, o quando si usano composizioni musicali a più voci, purché il popolo non sia escluso dalle altre parti che gli spettano. Ma non è da approvarsi l’uso di affidare per intero alla sola «schola cantorum» tutte le parti cantate del «Proprio» e dell’«Ordinario», escludendo completamente il popolo dalla partecipazione nel canto. (Il principio di equilibrio citato da don Luis nella sua relazione).

Repertorio
Il Concilio al n. 114 afferma: “Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra (patrimonio che spazia dal Canto Gregoriano alla Polifonia moderna). Si promuovano con impegno le «scholae cantorum» in specie presso le chiese cattedrali. I vescovi e gli altri pastori d’anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l’assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente” (secondo quanto già spiegato in precedenza). E ancora al n. 116: “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica”.
Spesso risulta facile e comodo pensare che l’Assemblea non sia adeguatamente preparata a cantare o a comprendere un canto in latino e pertanto viene declassato. Non si chiede alle chiese minori di riuscire a cantare un introito o un graduale gregoriano ma di conoscere almeno quelle melodie più facili ad es. il Tantum ergo, le antifone mariane, alcuni inni, il Rorate caeli, l’Attende Domine e le Messe Gregoriane più facili. Questo non è impossibile e ne è prova che l’Assemblea che abitualmente frequenta le liturgie in Cattedrale con l’ausilio di sussidi bilingue, col tempo ha assimilato anche questo repertorio. A questo proposito da sempre la Diocesi, attraverso il competente Ufficio di Musica Sacra, ha messo a disposizione valide risorse che non sono mai state adeguatamente sfruttate.

Strumenti musicali
Il Concilio al n. 120 afferma: “Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino […]

Riguardo gli altri strumenti da ammettere nel culto divino L’Istruzione Musicam Sacram al n. 63 afferma: “Nel permettere l’uso degli strumenti musicali e nella loro utilizzazione si deve tener conto dell’indole e delle tradizioni dei singoli popoli. (Siamo Europei, italiani di tradizione latina!). Tuttavia gli strumenti che, secondo il giudizio e l’uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi”.